Oggi è un giorno storico per il Giappone: la Dieta ha ammesso in una risoluzione che il Sol levante non è un paese etnicamente uniforme e che vi vive, quanto meno, un altro popolo: gli Ainu. Il documento approvato, secondo quanto riporta l'agenzia di stampa Kyodo, riconosce loro il fatto di essere "un popolo indigeno in possesso di una lingua, una religione e una cultura". Non è improbabile che in futuro anche le basi giuridiche che sostengono il concetto nipponico di cittadinanza debbano adeguarsi, rendendo più semplice il riconoscimento della nazionalità.
La risoluzione votata dal parlamento ammette anche che le popolazioni indigene dell'estremo nord del Giappone e, in particolare, nell'isola dell'Hokkaido, hanno subito profonde discriminazioni. "Con solennità il Giappone riconosce la realtà storica secondo cui, durante il processo di modernizzazione del paese, molti Ainu sono stati vittima di discriminazione e hanno sofferto la povertà", afferma il documento. Ammissione importante, rispetto al processo di assimilazione forzata di cui è stato vittima questo antico popolo di cacciatori.
Gli Ainu sono un mistero storico ed etnologico. Non essendo dotati di scrittura, è possibile tracciarne la storia solo grazie alle fonti giapponesi, cinesi e occidentali. Dal punto di vista religioso condividono coi giapponesi alcune caratteristiche comuni, come il fondamentale animismo (gli dei giapponesi sono conosciuti come "kami", quelli ainu come "kamui"), ma la popolazione nipponica ha caratteri etnici assai diversi da quella ainu, anche da un punto di vista visivo: questi ultimi, per esempio, sono pelosi mentre i primi sono quasi glabri. La villosità ha fatto associare, nelle teorie di alcuni studiosi, gli Ainu con i "koropok-guru" ("ragni pelosi") delle prime fonti storico-mitologiche nipponiche, come il "Kojiki", il primo testo scritto della tradizione nipponica risalente all'VIII secolo, che sancisce di fatto il dominio della dinastia imperiale. Recenti studi, basati sul Dna, invece, collegano gli Ainu a Tibetani e altre popolazioni dell'Asia centrale. Altri studi identificano una possibile comune radice con i giapponesi, in una popolazione comune progenitrice di entrambe le etnie (cfr. Mark J. Hudson, "Ruins of Identity", University of Hawaii Press). Sono invece ormai considerate desuete le teorie che identificavano negli Ainu un "fossile antropologico", discendente diretto dei primi abitanti dell'Arcipelago.
Molta della conoscenza della cultura Ainu la dobbiamo a studiosi come lo statunitense John Batchelor che, a cavallo del XIX e XX secolo, ne studiò approfonditamente la lingua e i costumi, denunciando la situazione penosa in cui versava questo antico popolo di cacciatori. Altri importanti contributi di conoscenza sono stati forniti dall'etnologo italiano Fosco Maraini, che negli anni '50 riuscì a riportare in vita l'importante cerimonia dello "iyomante", ovvero il sacrificio rituale dell'orso, animale centrale nella vita degli Ainu.
Le popolazioni indigene dell'Hokkaido, imparentate con quelle delle Curili e di Sakhalin, videro precipitare le loro condizioni di vita a partire dal XVII secolo, quando le loro tribù furono oggetto di speculazione da parte del dominio feudale giapponese. Anche coraggiose sollevazioni, come quella del mitico capotribù Shakushain tra il 1669-1672, furono represse nel sangue.
Il vero declino della lingua, della cultura e della demografia ainu risale alla Restaurazione Meiji (1869) e all'istituzione dell'Ufficio di colonizzazione dell'Hokkaido (Hokkaido kaitakushi), che aveva lo scopo di introdurre industria e agricoltura nelle fredde lande dell'isola settentrionale. L'ecosistema in cui prosperavano gli Ainu ne fu sconvolto.
Odiosissima fu la legge sulla "tutela" degli "aborigeni (senjumizoku) dell'Hokkaido" adottata nel 1899 dal Giappone imperiale dell'imperatore Meiji. La normativa, che sostanzialmente ha comportato un'assimilazione forzata per gli ainu, è stata abrogata solo 1997. La legge con cui è stata sostituita è più civile, ma comunque insufficiente. Gli Ainu oggi sono poco più di 24mila secondo il governo, molti di più secondo gli attivisti. Di questi, però solo pochissimi parlano la lingua. La risoluzione adottata oggi potrebbe colmare una lacuna ed è comunque è un riconoscimento. Anche se ormai è tardi
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