giovedì 12 giugno 2008

Luci e ombre tra Mosca e Pechino


Di certo, non siamo alle scintille degli anni '70, quando Russia e Cina (sorelle comuniste) neanche si parlavano. Ma non siamo neanche all'Asse Mosca-Pechino, che qualche osservatore troppo pessimista preconizzava. Possiamo invece parlare, come fa il diplomatico indiano M. K. Bhadrakumar in un articolo pubblicato prima da Asia Times e poi da Japan Focus, di una "cooperazione pragmatica".

Asialandblog, già giorni fa, ha fornito un'interpretazione non banale del fatto che il nuovo presidente Dmitri Medvedev ha dedicato il suo primo viaggio all'estero da capo dello stato alla Cina (via Kazakistan). Alla luce dei risultati di quella visita, analizzati da esperti e politologi, possiamo dire che le relazioni tra due delle quattro potenze asiatiche (le altre due sono Giappone e Stati uniti) sono a un livello alto, ma che già fa vedere qualche piccola asperità.

Nel viaggio, russi e cinesi hanno concordato su diversi punti. Tra le altre cose, hanno raggiunto un accordo di cooperazione nucleare nel quale Mosca s'impegna a fornire tecnologie di un livello mai raggiunto prima. E, tuttavia, non è uscito dalle riunioni nulla di concreto né sulla questione delle risorse energetiche - gas e petrolio - né su quella delle forniture di armi.

Per quanto riguarda la prima, Mosca è molto più interessata a indirizzare le proprie risorse verso l'Europa, che paga senza troppo discutere. Non c'è stato alcun accordo sui prezzi, né tanto meno si sono fatti passi avanti sulla vexata quaestio del ramo cinese dell'Oleodotto Siberia orientale - Oceano Pacifico (Espo), la più lunga condotta petrolifera mondiale in costruzione tra Russia, Giappone e Cina.

Per quanto riguarda la seconda questione, di fatto, il carnet degli ordinativi di armi russe da parte di Pechino langue. Se non ci fosse l'embargo europeo sulle vendite di armi alla Cina, sarebbe praticamente vuoto. Un tempo, il 90 per cento delle armi importate da Pechino arrivava dalla Russia e la Repubblica popolare comprava il 39 per cento dell'export di armi russe.

A questo bisogna aggiungere l'aspetto del controllo dell'heartland. Sir Halford Mackinder, il padre della geopolitica, sosteneva che chi controlla l'heartland - ovvero l'Asia centrale -, controlla il mondo. Oggi, con quella regione depositaria di enormi risorse energetiche e snodo cruciale delle vie dell'energia verso l'Europa e la Cina, questa massima è più che mai vera. Gli Stati uniti e i loro alleati occidentali hanno fatto le loro mose, dal controllo militare dell'Afghanistan-Pakistan all'apertura dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan. Russia e Cina, invece, sono alleate nel contrasto alla politica americana. Ma sono nel contempo concorrenti. E, alla lunga, forse sarà il secondo carattere a prevalere.

venerdì 6 giugno 2008

Giappone riconosce che gli Ainu sono un popolo


Oggi è un giorno storico per il Giappone: la Dieta ha ammesso in una risoluzione che il Sol levante non è un paese etnicamente uniforme e che vi vive, quanto meno, un altro popolo: gli Ainu. Il documento approvato, secondo quanto riporta l'agenzia di stampa Kyodo, riconosce loro il fatto di essere "un popolo indigeno in possesso di una lingua, una religione e una cultura". Non è improbabile che in futuro anche le basi giuridiche che sostengono il concetto nipponico di cittadinanza debbano adeguarsi, rendendo più semplice il riconoscimento della nazionalità.

La risoluzione votata dal parlamento ammette anche che le popolazioni indigene dell'estremo nord del Giappone e, in particolare, nell'isola dell'Hokkaido, hanno subito profonde discriminazioni. "Con solennità il Giappone riconosce la realtà storica secondo cui, durante il processo di modernizzazione del paese, molti Ainu sono stati vittima di discriminazione e hanno sofferto la povertà", afferma il documento. Ammissione importante, rispetto al processo di assimilazione forzata di cui è stato vittima questo antico popolo di cacciatori.

Gli Ainu sono un mistero storico ed etnologico. Non essendo dotati di scrittura, è possibile tracciarne la storia solo grazie alle fonti giapponesi, cinesi e occidentali. Dal punto di vista religioso condividono coi giapponesi alcune caratteristiche comuni, come il fondamentale animismo (gli dei giapponesi sono conosciuti come "kami", quelli ainu come "kamui"), ma la popolazione nipponica ha caratteri etnici assai diversi da quella ainu, anche da un punto di vista visivo: questi ultimi, per esempio, sono pelosi mentre i primi sono quasi glabri. La villosità ha fatto associare, nelle teorie di alcuni studiosi, gli Ainu con i "koropok-guru" ("ragni pelosi") delle prime fonti storico-mitologiche nipponiche, come il "Kojiki", il primo testo scritto della tradizione nipponica risalente all'VIII secolo, che sancisce di fatto il dominio della dinastia imperiale. Recenti studi, basati sul Dna, invece, collegano gli Ainu a Tibetani e altre popolazioni dell'Asia centrale. Altri studi identificano una possibile comune radice con i giapponesi, in una popolazione comune progenitrice di entrambe le etnie (cfr. Mark J. Hudson, "Ruins of Identity", University of Hawaii Press). Sono invece ormai considerate desuete le teorie che identificavano negli Ainu un "fossile antropologico", discendente diretto dei primi abitanti dell'Arcipelago.

Molta della conoscenza della cultura Ainu la dobbiamo a studiosi come lo statunitense John Batchelor che, a cavallo del XIX e XX secolo, ne studiò approfonditamente la lingua e i costumi, denunciando la situazione penosa in cui versava questo antico popolo di cacciatori. Altri importanti contributi di conoscenza sono stati forniti dall'etnologo italiano Fosco Maraini, che negli anni '50 riuscì a riportare in vita l'importante cerimonia dello "iyomante", ovvero il sacrificio rituale dell'orso, animale centrale nella vita degli Ainu.

Le popolazioni indigene dell'Hokkaido, imparentate con quelle delle Curili e di Sakhalin, videro precipitare le loro condizioni di vita a partire dal XVII secolo, quando le loro tribù furono oggetto di speculazione da parte del dominio feudale giapponese. Anche coraggiose sollevazioni, come quella del mitico capotribù Shakushain tra il 1669-1672, furono represse nel sangue.

Il vero declino della lingua, della cultura e della demografia ainu risale alla Restaurazione Meiji (1869) e all'istituzione dell'Ufficio di colonizzazione dell'Hokkaido (Hokkaido kaitakushi), che aveva lo scopo di introdurre industria e agricoltura nelle fredde lande dell'isola settentrionale. L'ecosistema in cui prosperavano gli Ainu ne fu sconvolto.

Odiosissima fu la legge sulla "tutela" degli "aborigeni (senjumizoku) dell'Hokkaido" adottata nel 1899 dal Giappone imperiale dell'imperatore Meiji. La normativa, che sostanzialmente ha comportato un'assimilazione forzata per gli ainu, è stata abrogata solo 1997. La legge con cui è stata sostituita è più civile, ma comunque insufficiente. Gli Ainu oggi sono poco più di 24mila secondo il governo, molti di più secondo gli attivisti. Di questi, però solo pochissimi parlano la lingua. La risoluzione adottata oggi potrebbe colmare una lacuna ed è comunque è un riconoscimento. Anche se ormai è tardi