giovedì 23 ottobre 2008

Festival del Giappone a Pisa: 25-26 Ottobre 2008


Sabato 25 ottobre con orario 14:00-20:00 e domenica 26 ottobre con orario 10:00-20:00 si terrà a Pisa il Festival della Cultura Giapponese, manifestazione organizzata con il contributo dell'Università di Pisa e con il patrocinio del Comune di Pisa. In attesa della decima edizione del Festival Giapponese di Firenze a Villa Strozzi, gli amanti del Giappone possono recarsi a Pisa. Il Festival, nell'arco di due giorni, offrirà conferenze, dimostrazioni ed esibizioni su vari aspetti del Giappone, della sua cultura, delle arti tradizionali e delle arti marziali. Sul palco principale, montato all'interno della Leopolda storica, si alterneranno la cerimonia del tè, danze tradizionali Nihon Buyo, dimostrazioni di shodo (calligrafia), vestizioni del Kimono, esecuzione dal vivo di canzoni giapponesi e presentazioni di giochi ed arti tradizionali. Sempre in Leopolda Storica, su un area di più di 60 mq ricoperta da tatami, gentilmente forniti dalla palestra Samurai Club, si terranno dimostrazioni di diverse arti marziali quali Karate Shotokan, Karate Shidokan, Iaido, Jodo (l'arte del bastone), Judo, Yoseikan Aikijujitsu, Katori Shinto Ryu e Goshindo. Oltre alle dimostrazioni sul palco principale e sui tatami, stand e banchetti, distribuiti all'interno della Leopolda Storica, consentiranno di approfondire, per chi è interessato, le varie attività anche al di fuori dei tempi stretti dell'esibizione e di presentare aspetti culturali che non si prestano ad una dimostrazione sul palco. I visitatori potranno così 'toccare con mano' e provare in prima persona molte delle attività presentate, guidati da maestri e da esperti, che forniranno tutto il materiale necessario. Sarà pertanto possibile, ad esempio, imparare le regole e provare a giocare a giochi giapponesi tradizionali come il Go, lo Shogi e l'Hanafuda, imparare l'arte di piegare la carta guidati da maestri di origami, provare a scrivere gli ideogrammi con il pennello e l'inchiostro, imparare a scrivere il proprio nome in giapponese, osservare l'utilizzo del soroban (abaco giapponese) e porre agli amici giapponesi che hanno collaborato alla realizzazione della manifestazione, qualunque domanda e curiosità sul Giappone, la sua cultura e le sue tradizioni. Nella sola giornata di domenica 26 Ottobre con orario 10-20 si terrà, all'interno della 'sala conferenze' della Stazione Leopolda, una serie di conferenze, aperte a tutti, con interventi di numerosi docenti universitari, ricercatori, autori di libri, maestri ed esperti che toccheranno numerosi argomenti, dalla poesia giapponese alle arti marziali, dai manga nella tradizione dell'arte giapponese alla storia degli ideogrammi, dal cinema d'animazione indipendente alla cucina giapponese.

Nella sola sera di Sabato 25, al termine di una cena giapponese con prenotazione obbligatoria, si terranno, a partire dalle ore 21:30, due brevi concerti di musica giapponese voce e pianoforte, con Yasutoshi Hosokawa (baritono), Ikuyo Okada (soprano) e Asako Uchimura (pianoforte). DOMENICA 26 Ottobre Ore 10:00 Go Club Pisa & Firenze Workshop di Go Ore 11:00 Maestro Nicola Bandoni Origami e relatività Ore 11:30 Allenatore Mentore Siesto. Arti marziali: discipline di movimento, salute, combattimento Ore 12:00 Maestro Gianni Tucci Bubishi, la bibbia del karate Ore 14:00 Dott.ssa Yukako Yoshida Il Giappone a tavola Ore 15:00 Dott. Koji Kuwakino Ideogrammi: breve storia di lettere affascinanti Ore 15:30 Prof.ssa Ikuko Sagiyama e Diego Manca Haiku: immagini in versi Ore 16:30 Prof. Francesco Morena I manga nella tradizione dell'arte giapponese Ore 17:00 Prof. Marco Del Bene Animazione indipendente ed evoluzione sociale nel Giappone contemporaneo. (L'intervento prevede la proiezione di cortometraggi d'animazione) Ore 18:30 Dott. Koji Kuwakino Giardino giapponese: paradiso terrestre e pietrificazione del pensiero - Prima parte: dai giardini antichi a quelli Zen. - Breve pausa - Seconda parte: dai giardini della cerimonia del tè a quelli moderni Lo scopo del Festival è duplice: presentare in un'unica occasione diversi aspetti culturali del Giappone e promuovere e pubblicizzare tutte le scuole, le palestre e le associazioni che si occupano di queste attività. L'ingresso e le attività sono gratuite (a eccezione della cena)
Tutte le info le trovate sul sito: http://festivalpisa.altervista.org/index.htm

martedì 9 settembre 2008

Giappone come USA:una donna punta alla guida del Governo


Dopo il tentativo di Hillary Clinton di essere la prima donna a governare il proprio paese, ci prova anche - per il Giappone - Yuriko Koike, ex Ministro della Difesa giapponese, che ha presentato ieri la sua candidatura alla carica di Primo Ministro.
La Koike è la prima donna a concorrere per tale titolo in un paese dove, notoriamente, la presenza femminile nella politica e' una delle piu' basse al mondo.
La candidata affronterà nel ballottaggio un veterano della politica nipponica, Taro Aso - segretario generale del partito Liberal Democratico ed ex Ministro degli Esteri.
L’incarico di premier è vacante da quando, lo scorso 1 Settembre, Yasuo Fukuda ha rassegnato le dimissioni.
Le elezioni politiche anticipate potrebbero tenersi nel mese di novembre.

giovedì 3 luglio 2008

Curili, guerra delle cartine tra Mosca e Tokyo


Chi ha detto che le Curili meridionali sono parte della Russia? Non la pensano così i giapponesi, che hanno pensato bene di utilizzare per l'imminente G8 in Hokkaido cartine ufficiali che mettono le quattro isole più meridionali del'arcipelago nel mare di Okhotsk in territorio nipponico. La cosa non è stata presa bene dai russi, che hanno chiesto spiegazioni.

Lo stesso fatto che i giapponesi abbiano deciso di tenere il vertice in Hokkaido in realtà già faceva capire che vorrebbero discutere nella cornice del G8 dell'annosa disputa territoriale con la Russia.Verso la fine della Seconda guerra mondiale l'Unione sovietica aveva addirittura pensato di appropriarsi di parte dell'isola settentrionale del Sol levante, dissuasa soltanto dagli statunitensi. Ancora oggi, comunque, la frontiera del nord per Tokyo rappresenta una ferita all'unità nazionale, la principale delle questioni territoriali irrisolte. E proprio per questo motivo, ancora non viene firmato il trattato di pace tra Tokyo e Mosca e, quindi, formalmente, non viene chiusa la seconda guerra mondiale.

L'Hokkaido è ormai Giappone in maniera più che consolidata, ma resta il problema delle Curili meridionali, che dalla fine della guerra il Giappone rivendica come parte integrante del proprio territorio e l'Unione sovietica, prima, e la Russia poi, non hanno mai avuto intenzione di restituire. Tenendo anche presente, che le Curili meridionali sono vicinissime alle coste dell'Hokkaido.

Le isole Curili sono in tutto 56, tra grandi e piccole, e la loro sovranità è da sempre una questione aperta tra Mosca e Tokyo. Nel 1644 l'arcipelago entrò nell'orbita giapponese, sotto il controllo del clan di samurai dei Matsumae. Tuttavia, i veri abitanti delle isole erano etnicamente imparentati con gli indigeni dell'Ezo (oggi Hokkaido), cioè gli odierni Ainu, che proprio alcune settimane fa hanno finalmente ricevuto un formale riconoscimento dalla Dieta, il Parlamento nipponico Proprio oggi il New York Times pubblica un bel reportage sul tema del riconoscimento degli Ainu. Le Curili stesse sono state il teatro dei primi incontri tra giapponesi e quelli che vennero frettolosamente identificati come "Ezo (ovvero Ainu) rossi", dal colore delle loro divise e dei loro capelli. Insomma, i russi. Nel 1855 lo shogunato del clan Tokugawa e la Russia firmarono un trattato a Shimoda che assegnava ai giapponesi le Curili meridionali, che comprendono Iturup (in giapponese Etorofu), Kunashir (Kunashiri), Shikotan e l'insieme di isolotti identificato come Habomai.

All'origine della controversia attuale c'è l'ultima parte della seconda guerra mondiale. Il 9 agosto 1945, tre giorni dopo l'esplosione della bomba atomica di Hiroshima e nello stesso giorno di quella di Nagasaki, l'allora Unione sovietica entrò in guerra contro il Sol levante, prendendo possesso anche delle Curili meridionali. I giapponesi residenti nell'isola che non riuscirono a scappare furono spediti nei gulag. Secondo Tokyo, che una settimana dopo accettò la Dichiarazione di Potsdam con la resa, Mosca con quel gesto aveva violato il patto di neutralità dell'aprile 1941, che sarebbe scaduto nel 1946. Dal canto loro i sovietici sostennero di aver dichiarato guerra in base agli accordi di Yalta del febbraio 1945. Anzi, in base a quegli accordi raggiunti dal presidente USA Franklin Delano Roosevelt, dal leader sovietico Josif Stalin e dal primo ministro britannico Winston Churchill, l'Urss reclamava anche la parte settentrionale dell'Hokkaido e dovette desistere solo per il rifiuto americano.

Quando nel 1951 venne firmata la pace a San Francisco, il Giappone rinunciò alle Curili, meno i cosiddetti Territori del nord (Hoppo ryodo), cioè le Curili meridionali. Dal canto suo, Mosca non firmò la pace proprio perché mancava l'accordo su questo punto.

Alla complessa vicenda storica, tuttavia, s'affiancano due fatti che rendono difficile, oggi più che mai, una soluzione della controversia, nonostante il notevole sviluppo dei rapporti commerciali tra Russia e Giappone. Il primo è che le Curili meridionali sono ricchissime di risorse minerarie, energetiche, ittiche, oltre alle eventuali prospettive turistiche. Il secondo motivo è strategico. La Russia considera i passaggi tra le isole, cruciali per garantire l'operatività nel mare di Okhotsk della sua Flotta del Pacifico. Gli stretti tra le isole sono tra gli unici punti di quel freddissimo mare che non gelano d'inverno.

Tokyo spera ancora di risolvere il problema. L'ultima offerta arrivata dal presidente russo Vladimir Putin è stata quella di restituire a Tokyo l'isola di Shikotan e le piccole Habomai, la stessa soluzione che prevedeva la Dichiarazione congiunta nippo-sovietica del 1956. Al momento, i giapponesi non sembrano intenzionati ad accettare, né i russi a cedere qualcosa di più.

giovedì 12 giugno 2008

Luci e ombre tra Mosca e Pechino


Di certo, non siamo alle scintille degli anni '70, quando Russia e Cina (sorelle comuniste) neanche si parlavano. Ma non siamo neanche all'Asse Mosca-Pechino, che qualche osservatore troppo pessimista preconizzava. Possiamo invece parlare, come fa il diplomatico indiano M. K. Bhadrakumar in un articolo pubblicato prima da Asia Times e poi da Japan Focus, di una "cooperazione pragmatica".

Asialandblog, già giorni fa, ha fornito un'interpretazione non banale del fatto che il nuovo presidente Dmitri Medvedev ha dedicato il suo primo viaggio all'estero da capo dello stato alla Cina (via Kazakistan). Alla luce dei risultati di quella visita, analizzati da esperti e politologi, possiamo dire che le relazioni tra due delle quattro potenze asiatiche (le altre due sono Giappone e Stati uniti) sono a un livello alto, ma che già fa vedere qualche piccola asperità.

Nel viaggio, russi e cinesi hanno concordato su diversi punti. Tra le altre cose, hanno raggiunto un accordo di cooperazione nucleare nel quale Mosca s'impegna a fornire tecnologie di un livello mai raggiunto prima. E, tuttavia, non è uscito dalle riunioni nulla di concreto né sulla questione delle risorse energetiche - gas e petrolio - né su quella delle forniture di armi.

Per quanto riguarda la prima, Mosca è molto più interessata a indirizzare le proprie risorse verso l'Europa, che paga senza troppo discutere. Non c'è stato alcun accordo sui prezzi, né tanto meno si sono fatti passi avanti sulla vexata quaestio del ramo cinese dell'Oleodotto Siberia orientale - Oceano Pacifico (Espo), la più lunga condotta petrolifera mondiale in costruzione tra Russia, Giappone e Cina.

Per quanto riguarda la seconda questione, di fatto, il carnet degli ordinativi di armi russe da parte di Pechino langue. Se non ci fosse l'embargo europeo sulle vendite di armi alla Cina, sarebbe praticamente vuoto. Un tempo, il 90 per cento delle armi importate da Pechino arrivava dalla Russia e la Repubblica popolare comprava il 39 per cento dell'export di armi russe.

A questo bisogna aggiungere l'aspetto del controllo dell'heartland. Sir Halford Mackinder, il padre della geopolitica, sosteneva che chi controlla l'heartland - ovvero l'Asia centrale -, controlla il mondo. Oggi, con quella regione depositaria di enormi risorse energetiche e snodo cruciale delle vie dell'energia verso l'Europa e la Cina, questa massima è più che mai vera. Gli Stati uniti e i loro alleati occidentali hanno fatto le loro mose, dal controllo militare dell'Afghanistan-Pakistan all'apertura dell'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan. Russia e Cina, invece, sono alleate nel contrasto alla politica americana. Ma sono nel contempo concorrenti. E, alla lunga, forse sarà il secondo carattere a prevalere.

venerdì 6 giugno 2008

Giappone riconosce che gli Ainu sono un popolo


Oggi è un giorno storico per il Giappone: la Dieta ha ammesso in una risoluzione che il Sol levante non è un paese etnicamente uniforme e che vi vive, quanto meno, un altro popolo: gli Ainu. Il documento approvato, secondo quanto riporta l'agenzia di stampa Kyodo, riconosce loro il fatto di essere "un popolo indigeno in possesso di una lingua, una religione e una cultura". Non è improbabile che in futuro anche le basi giuridiche che sostengono il concetto nipponico di cittadinanza debbano adeguarsi, rendendo più semplice il riconoscimento della nazionalità.

La risoluzione votata dal parlamento ammette anche che le popolazioni indigene dell'estremo nord del Giappone e, in particolare, nell'isola dell'Hokkaido, hanno subito profonde discriminazioni. "Con solennità il Giappone riconosce la realtà storica secondo cui, durante il processo di modernizzazione del paese, molti Ainu sono stati vittima di discriminazione e hanno sofferto la povertà", afferma il documento. Ammissione importante, rispetto al processo di assimilazione forzata di cui è stato vittima questo antico popolo di cacciatori.

Gli Ainu sono un mistero storico ed etnologico. Non essendo dotati di scrittura, è possibile tracciarne la storia solo grazie alle fonti giapponesi, cinesi e occidentali. Dal punto di vista religioso condividono coi giapponesi alcune caratteristiche comuni, come il fondamentale animismo (gli dei giapponesi sono conosciuti come "kami", quelli ainu come "kamui"), ma la popolazione nipponica ha caratteri etnici assai diversi da quella ainu, anche da un punto di vista visivo: questi ultimi, per esempio, sono pelosi mentre i primi sono quasi glabri. La villosità ha fatto associare, nelle teorie di alcuni studiosi, gli Ainu con i "koropok-guru" ("ragni pelosi") delle prime fonti storico-mitologiche nipponiche, come il "Kojiki", il primo testo scritto della tradizione nipponica risalente all'VIII secolo, che sancisce di fatto il dominio della dinastia imperiale. Recenti studi, basati sul Dna, invece, collegano gli Ainu a Tibetani e altre popolazioni dell'Asia centrale. Altri studi identificano una possibile comune radice con i giapponesi, in una popolazione comune progenitrice di entrambe le etnie (cfr. Mark J. Hudson, "Ruins of Identity", University of Hawaii Press). Sono invece ormai considerate desuete le teorie che identificavano negli Ainu un "fossile antropologico", discendente diretto dei primi abitanti dell'Arcipelago.

Molta della conoscenza della cultura Ainu la dobbiamo a studiosi come lo statunitense John Batchelor che, a cavallo del XIX e XX secolo, ne studiò approfonditamente la lingua e i costumi, denunciando la situazione penosa in cui versava questo antico popolo di cacciatori. Altri importanti contributi di conoscenza sono stati forniti dall'etnologo italiano Fosco Maraini, che negli anni '50 riuscì a riportare in vita l'importante cerimonia dello "iyomante", ovvero il sacrificio rituale dell'orso, animale centrale nella vita degli Ainu.

Le popolazioni indigene dell'Hokkaido, imparentate con quelle delle Curili e di Sakhalin, videro precipitare le loro condizioni di vita a partire dal XVII secolo, quando le loro tribù furono oggetto di speculazione da parte del dominio feudale giapponese. Anche coraggiose sollevazioni, come quella del mitico capotribù Shakushain tra il 1669-1672, furono represse nel sangue.

Il vero declino della lingua, della cultura e della demografia ainu risale alla Restaurazione Meiji (1869) e all'istituzione dell'Ufficio di colonizzazione dell'Hokkaido (Hokkaido kaitakushi), che aveva lo scopo di introdurre industria e agricoltura nelle fredde lande dell'isola settentrionale. L'ecosistema in cui prosperavano gli Ainu ne fu sconvolto.

Odiosissima fu la legge sulla "tutela" degli "aborigeni (senjumizoku) dell'Hokkaido" adottata nel 1899 dal Giappone imperiale dell'imperatore Meiji. La normativa, che sostanzialmente ha comportato un'assimilazione forzata per gli ainu, è stata abrogata solo 1997. La legge con cui è stata sostituita è più civile, ma comunque insufficiente. Gli Ainu oggi sono poco più di 24mila secondo il governo, molti di più secondo gli attivisti. Di questi, però solo pochissimi parlano la lingua. La risoluzione adottata oggi potrebbe colmare una lacuna ed è comunque è un riconoscimento. Anche se ormai è tardi

lunedì 26 maggio 2008

Cina e Russia: oggi amiche, domani chissà...


Se l'Asia centrale è l'"Heartland" della dottrina geopolitica, cioè quella parte dell'Eurasia cruciale per il controllo del mondo, ci sono tre paesi che, più di tutti gli altri, si confrontano per mettervi le mani. Russia, Cina e Stati uniti sono impegnati in un competizione, che talvolta s'ammanta delle vesti di una collaborazione ambigua, come nel caso di Mosca e Pechino all'interno dell'Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco). Altre volte, invece, ha il suono delle bombe, come nel caso dell'occupazione americana in Afghanistan.

S'è concluso da poco il primo viaggio in Cina del nuovo presidente russo Dmitri Medvedev. L'inquilino del Cremlino ha incontrato Hu Jintao e molti commentatori internazionali hanno visto i risultati di quei colloqui come il rinsaldarsi di un asse Mosca-Pechino in chiave anti-americana. Certamente, la presa di posizione comune contro lo scudo antimissilistico americano può essere letta in questa cornice. E, tuttavia, non è possibile inquadrare i rapporti tra i due giganti asiatici come la rappresentazione di un'unità d'azione, perché non è tutto così semplice.

Certamente sia la Russia che la Cina sono alleate nell'impegno per contrastare l'attivismo statunitense nella regione degli ultimi anni. A partire dall'invasione dell'Afghanistan fino alle "rivoluzioni colorate" nel Caucaso, non si può dire che Washington sia stata a guardare. Molti analisti hanno visto questo attivismo (ivi compresa la guerra in Iraq) come un chiaro segnale che gli Usa intendono "accerchiare" la potenza in ascesa, cioè la Cina. Ma questa strategia si è rivolta contro lo stesso Occidente. L'instabilità che ha caratterizzato questo inizio di XXI secolo, infatti, s'è ripercossa anche sul prezzo delle materie prime, soprattutto dell'energia, andando a contribuire al rafforzamento della ricchezza dei paesi produttori, a partire dalla Russia, la quale è tornata a essere una grande potenza regionale - anche se non più globale - capace di essere competitiva con l'America.

La complementarità delle politiche strategiche di Russia e Cina, al momento, non sembra essere messa in discussione. Ma immaginare che Mosca non guardi con preoccupazione la grande ascesa di Pechino sarebbe essere ciechi. Pensiamo al caso della Sco. Nata nel 2001, raggruppa quattro paesi dell'Asia centrale (Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan) e potrebbe presto allargarsi a Iran, Mongolia, India e Pakistan, che hanno oggi lo status di osservatori. A partire da due anni fa, la Sco s'è segnalata per essere stata il raggruppamento regionale entro la cui cornice si sono tenute spettacolari esercitazioni militari con la presenza preponderante di forze armate russe e cinesi. Tanto che diversi osservatori hanno definito la Sco una specie di anti-Nato. Una definizione semplicistica in verità. Il grande motore che ha portato alla costituzione e rafforzamento del ruolo della Sco è stata la Cina. Mosca, dal canto suo, s'è accodata, anche perché preferisce come suo agente regionale l'Organizzazione per il trattato collettivo di sicurezza (Csto), altro raggruppamento regionale in cui però la Cina è assente. E, se Mosca è nella Sco, molto probabilmente, è più per controllare quel che fa la Cina, che per sostenerlo.

martedì 20 maggio 2008

Vuoi studiare Giapponese in Italia? Ecco dove









 
  


Sono diverse le scuole e gli istituti universitari in Italia
dove è possibile studiare la lingua
e la cultura giapponese, e non solo;
ecco i riferimenti principali:



Corsi di laurea in Lingua e Letteratura Giapponese

IUO - Istituto Universitario Orientale, Napoli

Università "Cà Foscari" di Venezia

Università degli Studi di Torino

Università degli Studi di Firenze

Università "La Sapienza" di Roma

Università di Bologna

Corsi di lingua giapponese

ISIAO - Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente (risultato dell'unione dell'Istituto Italo-Africano (IIA) e dell'Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente (IsMEO), Roma, Milano, Ravenna

CESMEO - Istituto Internazionale di Studi Asiatici
Via Cavour, 17 - 10123 Torino
Istituto Giapponese di Cultura - Japan Foundation
Via A. Gramsci, 74 - 00197 - Roma

Associazione Italia-Giappone

Piazza Venezia 11 - 00187 Roma


CE.L.S.O. - Centro Ligure di Studi Orientali

Galleria Mazzini Giuseppe 7 - 16121 Genova


Centro Studi d'Arte Estremo-Orientale

Via Val d'Aposa, 5 - 40123 Bologna


Istituto Universitario "C. Cattaneo" di Castellanza (VA)

Università Commerciale "L. Bocconi" di Milano

Università degli Studi di Milano

Università degli Studi di Pavia

Universitò degli Studi di Bologna

Università degli Studi di Pisa

Università degli Studi di Siena

Università degli Studi di Urbino

Università degli Studi di Lecce

Università degli Studi di Sassari


"A. Manzoni" - Periti Aziendali e Corrispondenti in Lingue Estere
Via Marsala, 8 - 20121 Milano


"International School" - Liceo Linguistico
Via Mons. Tondelli, 2 - 42100 Reggio Emilia


ICHI BAN - Corsi di lingua giapponese
Via dell'Esquilino 38 - 00185 Roma